Hanno votato 31.997.916 italiani per una percentuale di affluenza del 68,48%
SI NO
40,89% 59,11%
13.432.208 voti 19.419.507 voti
sezioni 63169 su 63169
bianche 83417
nulle 209025
contestate 1761
Fonte Ministero dell’Interno – riepilogo Italia + estero
Non possiamo esimerci, nel rispetto delle opinioni di tutti e del pluralismo di scelta giustamente deciso dalla Uil, dal fare alcune constatazioni di fatto, che però, evidentemente, esprimono anche una valutazione ed un’opinione.
1. Il voto per età: dai dati Ixè risulta che il No è fortissimo tra i giovani e cala con l’avanzare dell’età: tra i 18 e i 24 anni i no sono il 49%, i sì il 23% e gli astenuti il 28%; il no cala gradualmente all’innalzarsi dell’età fino a scendere, negli over 65, al 30%.
Siccome Renzi più volte ha dichiarato che “i conservatori non fermeranno le riforme” si deve dedurre che in Italia i giovani (sì, quelli del web e dei social network) sono conservatori “incalliti”.
2. Il disagio sociale: tra i disoccupati, nota Swg, società di ricerca e analisi dati,, il No arriva al 73 per cento, la categoria sociale che più di ogni altra ha votato contro. Ancora più degli operai (64) e, sorpresa, degli insegnanti che si sono fermati al 53: segno che, nonostante la rabbia e le proteste per la Buona Scuola, il pd mantiene uno “zoccolo duro” di consensi.
3. All’interno del pd: tra quelli che lo hanno votato nel 2013, una quota tra il 20 e il 33 per cento è passata con il No. Swg ha confrontato invece la scelta referendaria con il voto alle europee del 2014: il Pd è riuscito a spingere sul Sì il 61% di quell’elettorato (che segnò un record, il 40,8 per cento dei consensi in quella consultazione), cioè 6,8 milioni. Il 22 per cento dei votanti Pd del 2014 è passato con il No.
4. E’ evidente che, molto più che sul merito, si è votato sul presidente del consiglio, che peraltro, all’inizio della campagna referendaria, aveva collegato alla vittoria del sì la sua permanenza alla presidenza del consiglio. Il risultato: Renzi è stato bocciato da una maggioranza consistente di italiani.
5. Ma non è stato, a nostro parere, solo un giudizio sulla persona, ma sul nuovo meccanismo decisionale che si prospettava: la bocciatura è nei confronti dello schema “un uomo solo al comando”. Tanto più, aggiungiamo noi, che si voleva sancire -in maniera indiretta- l’irrilevanza di tutte le formazioni sociali ed associative intermedie -comprese le associazioni imprenditoriali e i sindacati-, che invece, come soggetti partecipativi, sono riconosciuti come rilevanti dalla nostra costituzione.
6. Per lo stesso motivo di cui al punto precedente vediamo con estrema pena l’affollarsi di soggetti “politici” che chiedono un ricorso immediato alle elezioni: i vari Grillo, Salvini ecc. sembrano come quelli che hanno un biglietto della lotteria e chiedono un’immediata estrazione, con un senso dello Stato e del bene della collettività che si avvicina paurosamente allo zero.
Ma come giustamente pensa il presidente della Repubblica non si può andare ad elezioni senza un sistema elettorale omogeneo per la Camera e per il Senato (oggi abbiamo solo l’Italicum per la Camera!).
7. L’Italicum è il corollario di un sistema pensato per creare “un uomo solo al comando”.
Giornalisti autorevoli come Marco Damilano dell’Espresso e Paolo Mieli del Corriere della Sera ritengono che sia essenziale che si conosca la sera di un elezione chi ci governerà per 5 anni. Qualcuno, come al solito, continua a dire che così si fà dappertutto. Cosa questa non vera perchè, ad esempio, questo non avviene nella Repubblica Federale tedesca, dove è in vigore un sistema proporzionale, con sbarramento (un quorum del 5% per entrare al Bundestag).
Noi invece riteniamo che il sistema elettorale debba favorire il più possibile un rapporto tra cittadini ed eletti e debba essere rappresentativo delle forze e degli interessi presenti nella società civile. No, quindi, ad un ballottaggio finale tra due partiti, gestiti per di più come partiti personali: per pochi voti alla fine gli italiani potrebbero trovarsi ad essere governati dal Trump di turno.