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di Antonio Vargiu

E’ oramai diventata una buona abitudine quella di accogliere la nuova stagione con la pubblicazione sul sito di una poesia ad essa dedicata o, per meglio dire, in consonanza con i mutamenti della natura che la stagione preannuncia.

L’estate è oramai arrivata, ma questa volta le poesie sono due, tratte dal libro “Eppure la vita” (Antonio Vargiu, Phasar Edizioni, 2016).

La prima fa parte della “Trilogia”. Il ritorno dell’estate si accompagna alla rievocazione di un paese delle Marche, luogo di ricordi e di affetti, dove sono cresciuto e maturato: il “paese di mia nonna e dei miei zii”.

È questo il mese

È questo il mese, giugno,

che le timide ginestre

esplodono in gialli colori,

e con esse i ricordi:

magiche notti e misteriose,

quando sopra le colline scorreva

un fiume sconfinato d’argento;

racconti di tempi lontani,

lucciole accese nel buio,

voci di ragazze;

torri e campanili incastonati

in azzurre mattine,

chiese inebriate d’incenso,

canti gregoriani solenni.

Ora è il meriggio,

nell’aria immota

incessanti come sempre le cicale.

Ma tutto è deserto,

tutto m’è estraneo:

solo qui, nell’orto della zia,

di vivo c’è ancora una rosa,

orgogliosamente fiorita.

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La seconda poesia aggiunge una riflessione sull’estate, sulla sua “esplosione di vita” e sul suo contradditorio intreccio tra vita e morte, sempre presente nelle vicende umane, ma che diventa ancora più assordante in questo periodo.

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Superata l’illusione (e la delusione) per una eternità che non è di questo mondo, alla fine, però, quella che vince è la speranza (presente anche alla fine della prima poesia): la morte non è fine a sé stessa, ma ci ricongiunge ad una nuova vita.

Questo è l’augurio: per tutti una buona lettura!

Tra cielo e terra

Non fermerò più il tempo, né scioglierò

le lancette degli orologi,

non fugherò le ombre del meriggio.

Un altro filo hanno tagliato le Parche,

ma il suono del pianto s’è disperso

nel giorno che ha ripreso a pulsare.

Rotolano i mesi al passo dell’estate,

nuovi girasoli alzano la testa.

In questo rigoglìo della terra

il cipresso è una guglia,

fino a toccare il cielo.

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